Un commento alla traduzione di L’età dell’oro di Wang Xiaobo. Di Alessandra Pezza.
In questa raccolta di tre “racconti lunghi” legati da un filo, troviamo il protagonista, il semi-autobiografico Wang Er ricorrente nella narrativa di Wang Xiaobo, alle prese con tre decadi della propria vita: l’irruenza dei vent’anni, lo smarrimento dei trenta, il compiacimento dei quaranta.
L’età dell’oro ha fatto scalpore in Cina per le esibite descrizioni del sesso che contiene, e una delle maggiori difficoltà traduttive si trova proprio qui o, più precisamente, nell’intreccio tra tre componenti apparentemente inconciliabili, che però si intrecciano a costituire la marca della scrittura di Wang Xiaobo: il riferimento costante al sesso, disinibito, esibito, pur senza oltrepassare mai i limiti; l’andamento della dissertazione scientifica, quasi matematica; e il lessico e l’ambientazione burocratica nella Cina della Rivoluzione Culturale prima e dei primi anni di apertura post-maoista poi. È in questa costante ricerca di equilibrio che si è mossa la pratica traduttiva, sotto la guida sapiente e attenta di Patrizia Liberati.
