Un commento alla traduzione di Poesia e linguaggio di Jidi Majia. Di Patrizia Liberati.
Dicono che ci siano parole inesprimibili, che non trovano un equivalente perfetto in altre lingue perché non descrivono semplicemente un concetto, ma un’esperienza emotiva, un’atmosfera, un modo di stare al mondo.
Personalmente non ho mai creduto che esistesse l’intraducibile. Che si tratti di dialetto, usi e costumi, cibo, emozioni oppure espressioni proverbiali, a mio parere un modo c’è sempre.
Ma per la poesia cinese è un’altra storia. Partiamo dal concetto delle cinque dimensioni: alle consuete due condivise dalla poesia occidentale (quelle cinestetica e auditiva) se ne aggiungono altre tre, l’esperienza visuale e l’apprezzamento estetico dei caratteri, pittogrammi e ideogrammi; l’esercizio tattile della calligrafia e, in ultima analisi, anche la dimensione olfattiva se si utilizzano inchiostro e carta xuan secondo la tecnica tradizionale. Per questo ho sempre reputato la traduzione della poesia cinese come una “missione impossibile”, totalmente al di sopra delle mie capacità.
Fino a che un giorno Jidi Majia, che conosco dal 1998 perché era amico del grande italianista Lü Tongliu e del compianto professor Mario Sabattini, si è fatto vivo per chiedermi di tradurre una sua raccolta di poesie. Come si fa a dire di no agli amici?
Quest’avventura mi ha poi condotto nel regno delle donne Mosuo, l’unica società matriarcale ancora esistente in Cina, ho partecipato al Viaggio poetico di Daliangshan, ho ascoltato parole di poesia sulle rive del lago Lugu, ho visitato il Museo delle donne. E ora insieme alla poetessa He Xiangyang sto curando una raccolta di 6 poetesse cinesi e 6 poetesse italiane che sarà pubblicata nelle due lingue e in entrambi i Paesi.
Beh, com’è che si dice? Mai dire mai.
In Italia è stata pubblicata la raccolta Dal Leopardo delle nevi a Majakovskij (trad. Raffaella Marzano, Multimedia, 2018)
