Un commento alla traduzione di Il mantello dell’invisibilità di Huang Yilan. Di Martina Benigni.

Le chiavi di accesso alla traduzione di questa poesia, se non alla poesia in generale, sono due: l’immaginazione – capacità di visualizzare, fare un’immagine – e le domande. Nel mio caso sono stata fortunata perché, come avviene per i testi poetici che proponiamo a Internazionale, in particolare ma non solo, le domande e le immagini non sono le mie, ma anche e soprattutto quelle offerte dall’intero gruppo dell’Officina di Traduzione Permanente. Nella sua brevità, “croce e delizia”, la poesia ci permette di lavorare insieme, di mischiare in tempo reale sguardi diversi, attivando un circolo virtuoso di riflessioni, aggettivi, verbi, sinonimi, silenzi e così via.

Questa poesia ha richiesto un grande impegno immaginativo, soprattutto nel blocco centrale in cui le uniche coordinate sono le apparizioni frammentate che aleggiano nella città “trasparente”, reale e fantastica. La bussola che ha orientato il lavoro, oltre al verso lungo e tendente alla prosa di Huang Yilan, è stata lo sfondo intertestuale dichiarato de Le città invisibili di Italo Calvino. Lo scenario mentale attivato dal testo cinese – anche attraverso la componente visiva dei caratteri che spesso chiarifica e aiuta a creare immagini – era in parte guidato dalle atmosfere surreali, i giochi di luce, buio e riflessi, che inevitabilmente suscitava il riferimento a Calvino. Il nostro immaginare, allora, si è poggiato tanto al testo davanti a noi quanto all’eco del resoconto di viaggio di Marco Polo a Kublai Khan.

Le considerazioni che hanno portato alla versione finale sono state di carattere disparato: prosodiche, metaforiche, ma anche affettive. Come scrive Silvia Pozzi ne Il carattere e la lettera, la traduzione è “un’esperienza del corpo e dei cinque sensi”. Lo è anche del “sesto senso”, aggiungerei, specie in componimenti come questo, che ci chiedono di ascoltare gli “sfarfallii di un sogno”, di guardare oltre la “luce fioca” dei lampioni. Anche noi, quindi, abbiamo dovuto sentire i versi, letteralmente. Una strategia utile nel tentativo della traduzione di poesia, ma non solo, è la lettura ad alta voce. Abbiamo letto più volte, ci siamo registrate e (ri)ascoltate. Le esigenze del suono, ad esempio, hanno fatto sì che aggiungessimo una parola che nel testo originale non figurava, ovvero l’aggettivo “antichi”. L’aggiunta è stata fatta puramente ai fini della completezza del verso che altrimenti suonava tronco, come se in quel punto ci fosse una parola taciuta che sfuggiva, ma che l’orecchio esigeva. In questo modo, penso, siamo state fedeli, anzi, “leali” per dirla alla Franco Buffoni, al senso e al ritmo del verso-fonte.

In ultimo, laddove possibile, è sempre buona prassi – forse anche umana prima che traduttiva – confrontarsi con le autrici e gli autori. Lo suggeriva anche Giuliano Bertuccioli in Bing Xin: una delicata scrittrice della Cina moderna (1984). Il sinologo romano parlava proprio di “contatto diretto”, che noi abbiamo cercato e instaurato con Huang Yilan per validare interpretazioni e parole che ci sembravano più evocative e coerenti nella nostra poesia. Ne è un esempio la scelta di “fuochi fatui”, invece del letterale “aloni”, che la poeta non solo ha accolto con entusiasmo, ma ha apprezzato per la sua potenza suggestiva, affatto estranea al componimento di partenza.